``Preferisci entrare in Europa e morirci piuttosto che tornare indietro``

Il viaggio di Bubacar dal Gambia all'Italia

di Marina Petrillo, per gentile concessione di Reported.ly
Grafica e design: Vincenzo Marino

Il racconto di un sopravvissuto: dal deserto del Sahara fino a Taranto, passando per l’inferno della Libia. Ora ha un lavoro a Milano e frequenta un corso di italiano, uno di cucina e uno da imbianchino.

“Io sono quello col cappello multicolore”, dice al telefono mentre ci cerchiamo all’ombra della statua equestre di piazza Duomo a Milano. È giugno, e forse il giorno più caldo dell’anno. Esattamente un anno fa domani, Bubacar Bah toccava terra in Italia per la prima volta dopo essere stato soccorso in mare su un gommone con decine di altri migranti per essere poi portato al porto di Taranto.

È un giovane con un berretto di lana in stile rasta, un sorriso contagioso, uno zainetto in spalla dal quale pendono le cuffiette dell’auricolare, e una camicia bianca stirata con le righine azzurre che potrebbe essere la cosa più fresca che vedrò oggi.

Sembra facile, penso per un momento. Hai vent’anni, ti metti in viaggio, arrivi in Europa, lavori, ascolti la musica, incontri gente. A Brooklyn, Bubacar sembrerebbe un hipster locale o un musicista. Qui a Milano, però, la gente lo fissa nei negozi e nei bar. Piazza Duomo è l’unico posto a Milano dove gli immigrati si mescolano con le persone che fanno compere e con i turisti. Ma nessuno che cammini in questa piazza oggi ha la più pallida idea di cosa ha passato Bubacar. Nessuno potrebbe immaginarsi i posti di blocco, le estorsioni, il deserto, la barca. E che in qualche modo, Bubacar sia riuscito a sopravvivere.

Perché si lascia la propria Terra

“Me ne sono andato per tante ragioni”, comincia a raccontarmi. “Alcune le posso anche spiegare, ma altre… Perché una persona affronti questo viaggio dall’Africa all’Italia, lasciando la propria terra, bisogna che ci siano ragioni grosse… ”

“Andarmene non era nei miei progetti; io volevo lavorare nel mio paese. Avevo un’attività commerciale, ma non andava come avrei voluto. Ho visto tante cose, in Gambia… Non c’era futuro.”

Ho l’impressione che Bubacar non voglia parlare di un qualche problema con l’apparato di sicurezza del Gambia, qualcosa che gli ha fatto sentire di non essere affatto al sicuro.

“Ho 21 anni”, continua. “Nella mia famiglia siamo mia madre, mio padre, le mie sorelle e io. Sono l’unico figlio maschio. Certo che erano preoccupati per me – sapevano quanto fosse difficile il viaggio. A volte li chiamo, loro chiamano me. Di solito sono i ragazzi che se ne vanno. Provvedere alla famiglia è una grossa responsabilità dei ragazzi, degli uomini, che non può essere evitata.”

Quando Bubacar parla del Mediterraneo, lo chiama “il fiume”

“Nel mio paese, per le donne è diverso; si sposano e sono i mariti a provvedere per loro. Ma io devo lavorare. Devo andare, anche per aiutare la mia famiglia. Sono in tantissimi a partire. Alcuni lo fanno lo stesso benché non abbiano nemmeno abbastanza soldi per completare la parte africana del viaggio. Ecco quanto è pazzesca la situazione.”

Chiedo a Bubacar come faceva a sapere cosa fare – chi gli ha detto come funzionava la rotta dei migranti. E se si rendesse conto di quanto fosse pericolosa. “Certo, sentivo storie tutto il tempo”, dice. “Certo che lo sapevo. Dalla televisione, dai miei conoscenti, da alcuni parenti. Loro lo sanno, ti raccontano le storie, continui a sentirne parlare.”

La voce gli si fa flebile. “Sapevo che era pericoloso, ed ero da solo, ma sono partito lo stesso. Puoi pianificare di incrociare altri connazionali durante il viaggio, ma non sempre ci si riesce, per via di come funzionano i trasbordi da un punto all’altro. A volte parti fin dall’inizio con qualcun altro ma si finisce per essere separati. Si comincia il viaggio e poi bisogna fermarsi perché sono finiti i soldi, e si rimane indietro. Ci si fa mandare qualche soldo da casa, si viaggia un altro po’.”

Quando Bubacar parla del Mediterraneo, lo chiama “il fiume”.

Attraversando il deserto

Quando Bubacar mi descrive la logistica del viaggio attraverso l’Africa, emergono due cose.

Una è la varietà dei mezzi di trasporto. Bubacar racconta di automobili condivise, passaggi nel retro dei pickup, minibus, corriere di linea.

L’altra sono i checkpoint, che cominciano a diventare un problema dopo essere entrati in Mali dal Senegal. “Ad ogni posto di confine ti fermano,” dice. “Tu paghi, e ti lasciano passare.” Parla del denaro estorto a un posto di blocco e di trovarsi poco dopo a nascondersi dietro agli altri nel retro di un camion perché hai finito i soldi. “Ne vogliono ancora,” spiega. “E se non glieli dai, non ti lasciano passare. Sei terrorizzato che possano prenderti il passaporto e non restituirtelo.”

Ha gli occhi pieni di meraviglia quando parla dei paesi che ha attraversato. Dopo avercela fatta ad attraversare il Mali, gli agenti in Burkina Faso l’hanno fermato in continuazione. “Dopo il Burkina entri in Niger,” dice con soggezione. “E il Niger… Il Niger è un paese molto, molto grande… Ragazzi, è grandissimo.”

Guardo i suoi due cellulari. Uno è un apparecchio vecchissimo con una suoneria fantastica. Bubacar guarda lo schermo, sorride e non risponde. Gli chiedo se durante il viaggio aveva un cellulare. Lui scuote la testa con forza – no, no – poi si tira la camicia bianca con due dita. “Avevo solo i vestiti che avevo addosso,” dice. I soldi per i posti di blocco, il taxi nella capitale della Nigeria, forse 25 euro per una notte in un hotel in città.”

“Poi attraversi il Sahara,” continua. “È un lungo viaggio quello per attraversare il deserto. C’è solo sabbia ovunque guardi. L’acqua è un problema. Aspetti che passi un pickup. Si viaggia per ore sotto il sole.”

Lo fermo un attimo.

Scusa, ma hai vent’anni, sei nel deserto del Sahara, nessuno che si prenda cura di te, e hai quasi finito i soldi. Sei spaventato, lontano dalla tua famiglia, e hai ancora tanta strada da fare. Non ti viene in mente neanche per un momento di tornare indietro? Non hai mai pensato di lasciar perdere?

“No,” dice Bubacar. “Preferisci entrare in Europa e morirci piuttosto che tornare indietro. Hai già sopportato tante spese e tante sofferenze che preferisci andare avanti, non vuoi tornare indietro. Non puoi nemmeno morire lì dove sei, e non puoi tornare a casa. Con l’aiuto di Dio, devi andare avanti. Il viaggio nel deserto può durare venti giorni, o anche molto di più. Perciò una volta che l’hai attraversato, preferisci morire piuttosto che tornare nel Sahara. Preferisci portare a compimento la tua missione.”

La Libia e la rete di trafficanti

“Se sopravvivi al deserto, dopo c’è la Libia,” continua Bubacar. “Tripoli. A Tripoli si arriva col passaparola. È tutta una questione di trafficanti. Il sistema non è mica nuovo; esiste da molto tempo.”

Bubacar dice che lui è stato molto fortunato, perché a Tripoli ha dovuto passare soltanto due notti in attesa di imbarcarsi verso l’Italia. Gli chiedo se arrivato lì aveva una percezione precisa di quanto tempo fosse durato il suo viaggio – alla fine avrebbe percorso quasi 6500 chilometri fra terra e mare. Lui conta rapidamente sulle dita. “Sono partito da casa il 9 marzo, ero in mare il 9 giugno. Ci ho messo tre mesi interi dal Gambia alla Libia.” Gli si riempiono gli occhi di fierezza e di malinconia.

“All’inizio il mio piano era di arrivare in Libia e restarci, di lavorare lì. Ma appena arrivato mi sono reso conto che non era il posto giusto. La Libia è un posto molto pericoloso.”

Chiedo a Bubacar come si è sentito una volta che ha finalmente raggiunto la Libia. “Ero lì e sentivo, la vita. Sentivo che questa era la vita… Qualcosa che proprio dovevo incontrare.”

Se sopravvivi
al deserto,
dopo c’è la Libia

Ma come faceva a sapere come muoversi a Tripoli – dove andare, con chi parlare?

“Gira tutto intorno alla rete dei trafficanti,” dice. “Loro ti fanno arrivare fino a Tripoli; ti passano nelle mani di altri. Prima di arrivare a Tripoli bisogna passare per altri posti. I trafficanti badano a te, perché hai bisogno della loro protezione. Dipendi da loro per ogni cosa. Basta un ordine di un militare per farti finire in carcere.

“Ogni passo che fai per arrivare al fiume [il Mediterraneo], paghi. Ad ogni passo ti fa passare qualcuno. Vuoi attraversare per l’Italia? Ti deve portare qualcuno. Succede solo per via dei soldi. Gira tutto intorno ai soldi.

“Una volta che sei a Tripoli, se vogliono ti possono trattenere lì. Ti tengono in questi alloggi speciali, recintati. Ci sono persone innocenti che vengono tenute lì per giorni o settimane solo perché si sono ammalate, o perché non hanno i soldi per pagare. Alcuni finiscono arrestati. Alcuni vengono trattenuti per due o tre mesi perché non riescono a mettersi in contatto con i parenti. Alcuni così muoiono. Quando è ora di andare ti chiamano. Tu stai lì, aspetti, e loro ti chiamano.”

Chiedo a Bubacar se nel corso del viaggio si è fatto qualche amico. “Oh, sì!,” dice raggiante. “A volte, quando la situazione si fa veramente dura, non senti neanche più i tuoi problemi. Devi sentirti vicino agli altri. Perché vedi talmente tante cose terribili, vedi le schifezze che le persone sono costrette a sopportare. Ti importa degli altri. Vedi persone trattate così male che dimentichi il dolore e la sofferenza che stai attraversando tu. È una cosa folle.”

“La gente viene derubata,” aggiunge. “A Tripoli ho visto un mare di armi per le strade. Tu fai un movimento e loro sparano. Giocano con le armi, possono rapinarti. Se dici che non hai soldi addosso, se non ti credono ti fanno male – senza motivo. Questa è un’altra delle cose folli che le persone sopportano in Libia.

Sulla barca senza acqua, senza cibo

Lo sapevi che la gente moriva su quelle barche?

“Oh, sì; certo che lo sapevo. Conoscevo tante persone che erano partite, tanti parenti. Alcuni di quelli partiti prima di me erano morti.”

Avevi mai preso una barca?

“No,” sorride. “Quella è stata la mia prima barca.”

“Me l’aspettavo diversa. Di legno, sai? Invece no, era fatta di plastica. Gonfiabile. L’hanno aperta e distesa, l’hanno gonfiata, hanno questo compensato che attaccano sul fondo con delle viti, clac!” – imita il rumore con le mani – “e poi la mettono in acqua. Può tenere massimo 75, 80 persone. Ci hanno fatto salire in 100, 120. Sei lì schiacciato in mezzo agli altri.

“Una volta in mare abbiamo visto una barca [come la nostra] che si era già sgonfiata; l’acqua salata stava già entrando, molte persone erano ferite. Alcune delle barche che sono partite insieme alla nostra avevano anche donne e bambini. Sulla nostra eravamo solo uomini e ragazzi. Ci hanno fatto partire un venerdì, di notte.”

Gli chiedo se ha fatto caso al fatto che le barche sembrano partire spesso di venerdì, e i soccorsi capitare nel fine settimana. Bubacar ride con l’aria di saperla lunga. “Certo, è proprio così.”

Poi torna serio quando mi racconta che nel suo gruppo avevano un’idea piuttosto chiara di quali fossero le loro prospettive.

“Non ci hanno dato né cibo, né acqua,” dice. “Qualcuno ne aveva portata un pochino per sé. Altri non avevano nulla.”

Gli chiedo se sa da dove venivano i suoi compagni di viaggio.

“Oh, sì. Senegal, Mali. Nigeria.”

“Poi siamo stati soccorsi.”

I soccorsi e l'arrivo a Taranto

Bubacar si guarda il polso come leggendo un orologio che non c’è. “All’una circa abbiamo comunicato con gli italiani, ma siamo stati soccorsi soltanto alle nove o dieci di sera.”

Siccome mi dice di questo contatto preso con la guardia costiera italiana direttamente dal gommone, mi fa tornare in mente altre storie che avevo sentito – di migranti che chiamavano da telefoni satellitari o avevano le frequenze radio precise della Guardia Costiera.

Come facevate a sapere come comunicare con i vostri soccorritori?

“Oh, i contatti te li danno i trafficanti; altrimenti non sapresti come fare.” Adesso che un veicolo dei Carabinieri ci staziona davanti nella piazza, praticamente sussurra. “Sono loro a dirti come fare. Ti danno le istruzioni quando concludi l’affare. Purtroppo noi non sapevamo dove fossimo. Ci eravamo persi ed eravamo troppo lontani dalla costa, perciò gli italiani non potevano aiutarci. Non sapevano in quale direzione stessimo andando.”

“Poi è comparsa questa barca americana,” continua. “Lo sapevamo dalla bandiera.” Più tardi controllo tutti i nomi delle imbarcazioni coinvolte nei soccorsi delle notti fra il 9 e l’11 giugno del 2014 – una sequenza storica che coinvolse migliaia di migranti, diversi morti, e navi di molte nazionalità. Il caso più vicino che trovo è quello di una nave commerciale panamense, che potrebbe aver avuto una bandiera americana per via di qualche membro dell’ equipaggio statunitense a bordo. Bubacar è molto sicuro della bandiera americana.

“Abbiamo visto arrivare due grandi barche,” dice. “Siamo rimasti lì da forse l’una fino alle nove o dieci di sera, senza soccorsi. Le navi non facevano niente, ma forse soccorrerci non spettava a loro, non lo so. Eravamo talmente stanchi, alcuni non stavano bene, ma soltanto al vedere quelle navi ci siamo rilassati. Abbiamo deciso che anche se non ci avessero preso a bordo, gli saremmo stati vicini per un po’, in modo da poter riposare.”

Guarda in alto e fa segno, “da qui a lì.”

“Non erano affatto distanti – vedevamo che ci guardavano, eravamo lì insieme – ma non facevano niente. Magari aspettavano un ordine dall’Italia, o dall’America. Quella notte c’erano tante di quelle barche come la nostra… Alcune sono state soccorse da alcuni elicotteri che issavano le persone dai gommoni. Ma poi, quando erano passate diverse ore, abbiamo deciso di rimetterci in moto. E loro, appena ci hanno visto muoverci, ci hanno chiamato: “Ehi! Tornate indietro!” Gli elicotteri hanno cominciato a volare in cerchio sopra di noi e a dirci di tornare indietro, e a quel punto ci hanno soccorso.”

Come ti sei sentito quando vi hanno preso a bordo?

“Ragazzi, eravamo talmente felici…. Sapevamo che qualunque barca come la nostra che avesse passato tutta la notte in mare sarebbe affondata, non potevamo durare oltre. Avevamo passato molto tempo in acqua, ed eravamo sovraccarichi.”

“È stata una notte molto felice. Abbiamo visto circolare sulla barca persone di tutti i tipi. Ci hanno dato le medicine, hanno curato sei di noi che non stavano bene. Si sono presi cura di noi, ci hanno dato cibo e acqua e abbiamo dormito a bordo. Sono stato così felice di vedere sulla nave un uomo dalla pelle nera come la nostra! Un [Afro-Americano] dell’equipaggio – ho riconosciuto dal nome che era originario del Gambia – è stato bellissimo! Sulla barca c’erano uomini bianchi e neri insieme. E il mattino dopo, gli Italiani ci hanno preso a bordo.”

“Sulla nave non ci hanno sottoposto a identificazione. Ci hanno portato a Taranto, e lì ci hanno fotografato. Ti portano in un commissariato, ti scattano una foto, ti prendono le impronte digitali, ti chiedono il nome, lo scrivono e ti danno un bigliettino con un numero. Ti prendono le impronte solo se vuoi restare in Italia. Ci hanno chiesto dove volevamo andare, se volevamo restare a Taranto oppure andare a Roma o a Milano. e io ho detto Milano e ci hanno portato qui con un autobus. Alcuni volevano restare [a Taranto] perché lì avevano già dei parenti o degli amici. Io non avevo nessuno.”

``In Europa cerchiamo protezione``

Ci è voluto molto tempo perché Bubacar potesse telefonare a casa per dire alla sua famiglia che era sano e salvo in Italia.

“Due settimane – ci sono volute due settimane prima che potessi telefonare a casa,” ricorda. “Erano preoccupati perché l’ultima volta che avevo chiamato era stato da Tripoli. Avevo detto ‘prendo la barca domani’, e poi non mi hanno più sentito per due settimane. Non sapevano cosa pensare, erano molto preoccupati. Quando finalmente ho telefonato erano felici, adesso sapevano che ero al sicuro dal disastro.”

A Milano, Bubacar ha avuto assistenza per i documenti per chiedere asilo. Dice che c’è un gruppo di avvocati che assiste i richiedenti asilo con le loro procedure. E come spesso era accaduto durante il suo viaggio, molto aiuto viene dai connazionali e da altri migranti che condividono quello che sanno.

Parliamo un po’ dei tanti che vengono rispediti indietro dopo essersi visti rifiutare la richiesta di asilo. Bubacar non sa bene perché questo succeda. Alcuni di questi, dice, finiscono in prigione nel loro stato di provenienza per tutta la vita.

Non è giusto, perché la maggior parte di loro non è qui solo per sopravvivere economicamente. Non si battono per guadagnare, si battono per restare vivi.

Di colpo sembra arrabbiato e addolorato, lo sento.

Io lo so che non è facile da capire per le persone che vivono qui, ma noi non vogliamo niente – stiamo solo cercando protezione. Non cibo, non denaro. Abbiamo bisogno di protezione.

Questa parola che ha scelto – protezione – resta sospesa fra di noi per un po’.

“Pensa a questo,” dice. “Persone che preferiscono morire piuttosto che rimanere nel loro stesso paese. Come ho detto, non abbiamo scelta, è una cosa che dobbiamo fare per forza.”

Dopo essere arrivato in Italia, Bubacar ha passato undici mesi nel limbo delle procedure d’asilo prima di poter cominciare a lavorare. Gli chiedo se qui ha una buona vita. Lui sorride e tira fuori una delle sue parole italiane. “Come dicono gli italiani? Abbastanza.” E ride.

Bubacar ha appena avuto il suo primo lavoro in Italia, dopo mesi passati con i buoni per fare la spesa. Sta frequentando un corso di italiano, uno di cucina e uno da imbianchino.

Gli chiedo se sente mai gli altri che erano sulla barca con lui.
“Sempre!” esclama raggiante. “A volte cominciamo a raccontarci daccapo le storie di quello che era successo sulla barca, oppure in Libia, tutti gli incidenti che ci sono capitati. Ed è una leggenda, è storia…. Ed è storia che non potremo mai dimenticare. Una fase a parte della nostra vita, un altro tempo, impossibile da ripetere. È difficile da capire, tante persone con ragioni diverse per partire, tutte sulla stessa barca… sì.”

L’Europa è diversa da come te l’aspettavi?

“Oh sì, sì… Nel mio paese, anche quando non abbiamo niente, non lasceremmo mai che qualcuno dovesse passare la notte per strada. Prima che venga buio, qualcuno gli avrebbe trovato un posto per dormire. A noi piace incontrare uno straniero.”

Guarda la bellissima piazza barocca in cui siamo seduti. “Non avremmo mai immaginato che qualcuno potesse patire la fame, qui.”

Mi guardo intorno anch’io e immagino che questa piazza non sia tanto diversa da com’era un secolo fa, quando erano milioni di italiani ad attraversare gli oceani in cerca di una vita decente. O negli anni Quaranta e Cinquanta, quando toccò a loro essere trattati come poveracci stranieri nell’Europa del Nord.

Prima di separarci, Bubacar e io siamo in piedi sull’angolo di un bar quando un altro immigrato ci passa accanto. In pieno giorno, sembra che sia ubriaco. Bubacar scuote la testa con disapprovazione. “Ad alcuni succede,” dice. “Arrivano qui e diventano talmente tristi che finiscono per fare cose che non avrebbero mai fatto a casa.”

Capisco che sta parlando di fede religiosa – di principi che a lui sembrano dare disciplina, struttura, un appiglio nella tempesta. So che Bubacar si considera un fortunato. Parlare con lui suscita un misto di impressioni – da una parte la rassegnazione di essere intrappolati in una corrente migratoria potente e inevitabile, quasi come stormi di uccelli, ma dall’altra anche una singolare, spirituale determinazione personale.

Quando ci salutiamo, riesco solo a pensare a una cosa che ho sentito dire a qualcuno qualche settimana fa: che invece che avere paura dei migranti che arrivano sulle nostre coste, dovremmo sentirci onorati che persone così forti, motivate e resistenti vogliano far parte della vita dei nostri paesi.


10 luglio 2015