• Essere Migranti

Le guerre, la disinformazione, il sogno europeo.

di Angelo RomanoAndrea Zitelli
Programmazione, grafica e design: Giorgio TsiotasVincenzo Marino

Nel 2014 quasi 60 milioni di persone sono fuggite dai loro paesi di origine. Un esodo di massa continuo. Da cosa fuggono, quali rotte percorrono, l’arrivo in Europa, le porte d’ingresso, quanto spende l’Ue per la gestione dei flussi e il controllo dei confini, l’iter che un migrante deve seguire in Italia. Le recenti misure volute dall’Europa.

GUERRE E PERSECUZIONI: I MIGRANTI FORZATI

Guerre, conflitti e persecuzioni. Sono queste le cause maggiori che, racconta l’ultimo rapporto dell’Unhcr – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati –, nel 2014 hanno portato quasi 60 milioni di persone nel mondo a fuggire dai paesi di origine. Più di 8 milioni rispetto all’anno scorso, con un incremento dal 2013 che supera i 20 milioni. Un fenomeno drammatico che si arricchisce di altri dati significativi: di questa massa immane di persone solamente lo 0,21% ha fatto ritorno a casa, facendo segnare “il numero più basso in 31 anni”.
Inoltre, la metà di chi nel 2014 è fuggito è composta da bambini, denuncia ancora l’Unhcr. In Europa il dato raggiunge il 35%.

L’accelerazione principale, si legge nel report, è iniziata nei primi mesi del 2011 “con lo scoppio della guerra in Siria”, con 11 milioni e 600 mila persone tra sfollati interni e rifugiati. A questi si aggiunge chi fugge da altre situazioni difficili, visto che negli ultimi 5 anni sono stati 15 i conflitti scoppiati o riattivati tra Africa (8), Medio Oriente (3), Europa (1) e Asia (3).

Rispetto agli altri continenti, l’Europa, a causa “della guerra in Ucraina, il numero record di attraversamenti del Mediterraneo e la consistente presenza di rifugiati in Turchia”, ha riportato il maggior incremento di arrivi di migranti forzati, passando da 4,4 milioni di persone nel 2013 alle 6,7 milioni alla fine dell’anno scorso. Nel 2014, tra i paesi europei è la Turchia che, rispetto alla propria popolazione, ha ospitato più rifugiati. Inoltre, nel primo semestre del 2015, la maggior parte delle 137.000 persone arrivate nel vecchio continente attraverso il Mediterraneo è “in cerca di protezione da guerre e persecuzioni” (un +83% di rifugiati e migranti rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, ha certificato l’Unhcr). Numeri che però – come si legge ancora nel rapporto dell’agenzia delle Nazioni Unite – si ridimensionano in confronto all’86% dei rifugiati (quasi 9 su 10), che si trovano in regioni e paesi “considerati economicamente meno sviluppati”.

Fughe e viaggi lunghi e faticosi che, in appena 6 mesi dal nuovo anno, sono costati la vita a quasi tremila persone, di cui, come ha registrato lo Iom (International Organition for Migration), il 70% solo nel Mediterraneo.

Un fenomeno migratorio che per Saskia Sassen, sociologa della Columbia University, rappresenta una novità: «La storia ha già conosciuto fasi di grandi migrazioni, ma mai su questa scala, nello stesso periodo e con una tale rapidità». Una realtà complessa e dinamica che per la studiosa americana non può essere risolta con«soluzioni temporanee» come «repressioni e misure di controllo» perché non incidono sulle ragioni delle migrazioni: «quando il proprio territorio è devastato dalla guerra, ma anche da desertificazioni, inondazioni, espropriazioni terriere, non si aspira ad altro che alla mera sopravvivenza». «Non si fugge in cerca di una vita migliore – conclude Sassen –, ma soltanto per conservare la propria vita».

Lungo le rotte

Chi parte abbandona aree devastate da conflitti e guerre intestine, dove i bambini vengono reclutati forzatamente in corpi militari, la libertà di espressione, associazione e assemblea è repressa, con violenze nei confronti delle donne e pratiche indiscriminate di tortura perpetrate senza essere sanzionate dalla legge.

Secondo un rapporto di Amnesty International, i responsabili della condizione di sofferenza di milioni di rifugiati e della morte di migliaia di loro sarebbero i leader della comunità internazionale, colpevoli di non fornire protezione umanitaria e di stringere invece accordi per non far partire migranti e consentire il rientro di chi è già partito, come nel caso dell’Eritrea. Le aree più delicate – si legge nel rapporto – sono la Siria, il Sud-Est asiatico e l’Africa sub-sahariana, colpita da conflitti che provocano un numero sempre crescente di persone in fuga (oltre 3 milioni di rifugiati solo a seguito dei conflitti nel Sudan e nella Repubblica Centroafricana) che chiedono asilo in quegli stessi paesi a loro volta sedi di guerre devastanti.

Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea) ha individuato sette rotte, utilizzate da migranti e rifugiati per raggiungere l’Europa. L’Italia e la Grecia sono i paesi che stanno accogliendo i flussi maggiori, quelli che utilizzano il Mediterraneo centrale passando attraverso Cipro, la Bulgaria o la Turchia.

Uno dei principali snodi europei è, infatti, Istanbul: porta d’ingresso delle rotte balcaniche o dell’Europa orientale, raggiungibile sia via aereo che via terra. Altri punti nevralgici sono le enclavi spagnole in Africa di Ceuta e Melilla per chi si sposta verso la penisola iberica; l’Ucraina, luogo di passaggio per entrare in Finlandia, Norvegia, Romania e Polonia, utilizzato in particolar modo da siriani per procurarsi documenti falsi e poter entrare e chiedere asilo nell’Ue; la Macedonia (base per raggiungere la Serbia, attraverso un sistema di open taxi, che ottengono grandi profitti dal traffico di esseri umani) e il confine tra Serbia e Ungheria, attraversato da kosovari, nazionalisti serbi, pakistani, afgani, algerini, marocchini e sub-sahariani.

Così come sono classificate da Frontex, le rotte ci fanno capire dove approdano i migranti in Europa, ma poco ci raccontano dei loro itinerari. Non riescono a monitorare quanti viaggiano in aereo o, già in area Schengen, si spostano tra un paese europeo e l’altro. Ogni rotta, infatti, è definita a partire dal punto di arrivo, dove le persone vengono identificate e controllate. I viaggi hanno, invece, radici molto lontane.

Se allarghiamo lo sguardo, cambia la prospettiva con le rotte che si espandono lungo tutto il continente africano e che variano col mutare delle modalità di spostamento a seconda dei tragitti individuali. Come nel caso di Siba e Fahad, il cui viaggio è stato simile a una gara di triathlon o dei migranti siriani che hanno attraversato il confine tra Grecia e Macedonia in bicicletta. Queste sono alcune delle storie di migrazione che Unhcr ha raccolto in Tracks, uno spazio di condivisione di “esperienze di sopravvivenza e di speranza”.

Chi si mette in fuga, spesso, sceglie di volta in volta, in base alle esigenze del momento e alle “occasioni” che si presentano. Si deve far fronte a difficoltà oggettive e a decisioni da prendere in condizioni di insicurezza e forte precarietà: riuscire a partire in aereo (procurandosi visti temporanei o passaporti contraffatti) verso l’Europa; tentare di raggiungere il Nord Africa, affrontare il deserto del Sahara e imbarcarsi dalla Libia; dirigersi verso le rotte orientali.

Nell’Africa occidentale, il deserto nigeriano è uno degli attraversamenti che miete con frequenza un alto numero di vittime, percorso da rotte di traffici illeciti, che oggi vengono utilizzate per la tratta di esseri umani. È questo il caso del Mali, dove «le infrastrutture sviluppate per lo spaccio di sigarette e carburante sono state prontamente riconfigurate per intercettare i nuovi business». Per chi vuole scappare dal Corno d’Africa (Etiopia, Eritrea, Somalia), il Sudan offre tanti servizi. Come scrive Cecilia Tosi su Limes: «È qui che si è sviluppato il ricchissimo business dello sfruttamento dei migranti. A Khartoum una serie di agenzie offre viaggi in Libia e cerca di conquistare il maggior numero di fuggitivi».

La Libia è il fulcro di tutte queste economie illecite. Stato devastato dalla guerra civile, a 350 chilometri a Sud dalle coste dell’Italia e nostro grande fornitore di gas e petrolio, «è una manna per le organizzazioni criminali internazionali che, collaborando con le milizie locali, lucrano sul traffico di esseri umani», racconta Giorgio Cuscito su Limes.

I costi per fermarli, i costi per partire

Non è possibile avere una visione d’insieme dei costi e dell’efficacia delle azioni intraprese dall’Europa per gestire i flussi migratori. Infatti come raccontato nel progetto europeo di quindici giornalisti The Migrants Files i dati non sono aggregati su base europea e spesso i documenti ufficiali non sono facilmente consultabili. Per dire, non si può definire al dettaglio quanto l’Ue spenda per il rimpatrio dei migranti perché solo il Belgio (dei 28 stati membri) tiene una traccia complessiva dei costi. Secondo questo lavoro giornalistico si stima, comunque, che l’Europa dal 2000 a oggi abbia pagato 12,9 miliardi di euro per gestire i rimpatri e controllare le frontiere, non per l’accoglienza.

Di questi, 11,3 miliardi sono stati spesi per fare rimpatriare i migranti e la restante parte (1,6 miliardi) per il controllo delle frontiere esterne (tramite Frontex e altre attività di coordinamento europeo delle politiche sull’immigrazione), per lo sviluppo dei sistemi tecnologici finalizzati a migliorare le attività di sorveglianza e identificazione dei migranti, per la costruzione dei muri in Bulgaria e a Melilla, in Marocco, e la dotazione di armi della polizia di frontiera. Tra le diverse voci, ce n’è una di assistenza tecnica a dittature di vicinato: 75 milioni sono stati spesi infatti dall’Europa e dagli stati membri per aiutare la Tunisia (durante la reggenza di Ben Alì), l’Egitto, la Libia, l’Algeria e la Mauritania a impedire l’attraversamento del Mediterraneo a migranti e rifugiati, molto spesso non tenendo conto delle implicazioni sui diritti umani.

Per intraprendere i loro viaggi, i migranti, nello stesso periodo, hanno pagato quasi 16 miliardi di euro. I costi sono calcolati sulla base delle sette rotte migratorie utilizzate per poter arrivare in Europa. Da quanto riportato in The Migrants files i dati sono approssimativi: si riferiscono a migranti o rifugiati che tentano di entrare senza documenti via mare o via terra e non tiene conto di chi si sposta per via aeree –  il mezzo più utilizzato, spesso verso la Svezia per un costo medio di € 7.500, da parte di chi ha visti temporanei o passaporti falsi, secondo Frontex – o all’interno dell’Europa. Come affermato dal capo della Polizia Alessandro Pansa, il 4 giugno scorso in un’audizione in Parlamento, raggiungere l’Italia dal Corno d’Africa può costare dagli 800 ai 2000 euro. Fino a 8000 euro se si parte dalla Siria.

Secondo quanto emerso dall’inchiesta “Glauco” della procura di Palermo, il viaggio viene acquistato tramite trasferimento monetario o attraverso l’hawala (“sistema di transazioni sulla parola che si basa sulla legge islamica”). Ci si accorda anche su come comportarsi una volta arrivati per sfuggire alle fotosegnalazioni e al rilevamento delle impronte digitali e per poter arrivare, pagando ulteriormente (fino a 1000 euro), nei paesi del Nord-Europa.

Inoltre, quando si parla di traffico di esseri umani, spesso si fa confusione tra scafisti e trafficanti. Come raccontato infatti dal Guardian, con maggiore frequenza i trafficanti affidano le imbarcazioni a minori, adolescenti, ragazzini provenienti da luoghi di mare. Mussie Zarai, prete eritreo presidente dell’agenzia umanitaria Habeshia, afferma: «Basta che qualcuno dica di sì in cambio di un viaggio gratis o a minor prezzo e gli fanno vedere come si fa e così in breve tempo li mandano in mare aperto». «Me ne accorgo – continua il Zarai – quando mi chiamano dal barcone: non sanno usare il telefono satellitare e verificare la loro esatta posizione. Uno scafista che conosce bene quel che fa, non ha problemi. Ultimamente è capitato spesso che al comando di un barcone ci fosse un profugo qualsiasi. E una volta in Italia vengono identificati come scafisti».

SALVATAGGIO, IDENTIFICAZIONE E ACCOGLIENZA

Dopo la “tragedia di Lampedusa”, in cui morirono 366 migranti (accertati) per il naufragio di un’imbarcazione libica, il governo italiano, guidato da Enrico Letta, aveva avviato nell’ottobre del 2013 l’operazione militare e umanitaria Mare Nostrum. Gli obiettivi erano quelli di potenziare il controllo dei flussi migratori con il pattugliamento permanente dello stretto di Sicilia per garantire la salvaguardia della vita dei migranti in mare e l’arresto dei trafficanti di esseri umani. Per i costi, di 9,3 milioni di euro al mese (fonte ministero della Difesa), ci si basava sul fondo (190 milioni di euro) creato dal ministero dell’Interno per fronteggiare situazioni straordinarie legate a un notevole afflusso di stranieri sul territorio nazionale e su risorse aggiuntive dell’Unione Europea per quasi 2 milioni di euro (dal fondo Ue per le frontiere esterne per le attività di emergenza). Costi e modalità che hanno trovato una decisa opposizione politica.

La Lega Nord, guidata da Matteo Salvini, insieme a Forza Italia, ha attaccato l’operazione: «300.000 euro al giorno spesi dagli italiani per aiutare gli scafisti e incentivare l’invasione», con la Marina Italiana che, per Maurizio Gasparri, sarebbe diventata «un traghetto per clandestini». Il ministro dell’Interno, sulle prime, aveva difeso Mare Nostrum, ma chiedendo al contempo un ulteriore contributo economico all’Unione europea visto l’alto costo dell’operazione. A maggio del 2014, una nuova strage di migranti alza la tensione fra Italia ed Europa: «le nostre navi – attaccò Alfano – sono lì a recuperare morti e a soccorrere i vivi, l’Europa non ci sta aiutando».

A un anno di distanza dall’avvio, il ministro dell’Interno, insieme a quello della Difesa, Roberta Pinotti, annunciano la fine di Mare Nostrum e l’arrivo di Triton (subentrata a tutti gli effetti il primo gennaio 2015), operazione di Frontex, decisa dal governo Renzi in accordo con i partner europei. Quest’ultima, con un costo minore (2,9 milioni al mese) rispetto alla precedente, «non graverà sul bilancio dello Stato perché i soldi sono stanziati dall’Unione europea (ndr dal fondo per la sicurezza interna e dal bilancio stesso di Frontex)» spiegò Alfano, aggiungendo che gli obiettivi sono in discontinuità con l’operazione precedente. Triton, infatti, nella prima versione, puntava a sorvegliare le frontiere marittime esterne dell’Unione europea e a contrastare l’immigrazione irregolare e le attività dei trafficanti di esseri umani, con un’area operativa più limitata (entro le 30 miglia dalle coste italiana e maltese) rispetto a Mare Nostrum.

Amnesty International, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite e Save the Children avevano presentato dubbi e preoccupazioni sull’efficacia della nuova operazione, soprattutto perché era venuta meno la prerogativa umanitaria, cioè il soccorso di vite umane. Inoltre, Giuseppe de Giorgi, capo di Stato maggiore della Marina, ascoltato nel dicembre scorso in Commissione Diritti Umani del Senato, aveva difeso i risultati di Mare Nostrum:

Dal 18 ottobre 2013 al 31 ottobre 2014, 156.362 migranti assistiti in 439 salvataggi SAR (ricerca e soccorso), 366 scafisti consegnati alle forze dell’ordine, 9 navi madri (i grossi pescherecci che in alto mare lasciano i migranti in imbarcazioni più piccole, per poi tornare indietro), il 99% dei migranti intercettati prima dello sbarco e controllati dai medici di bordo. Inoltre Mare Nostrum ha interrotto quella che prima era quasi una norma: la presa in carico da parte della malavita organizzata dei migranti che, una volta sbarcati, venivano accompagnati dagli spalloni come merci da contrabbando.

L’ammiraglio ha anche negato che la vecchia operazione aumentasse l’afflusso dei migranti sulle coste italiane, come accusavano invece gli oppositori. Con il passaggio da Mare Nostrum a Triton, infatti, non sono diminuiti gli sbarchi. Come anche i morti in mare: da gennaio ad aprile, infatti, sono aumentati rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Dopo l’ennesima strage al largo delle coste libiche nel febbraio scorso, il Consiglio d’Europa ha bocciato Triton definendola “non all’altezza”, con il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz che ha parlato della «palese mancanza di una politica migratoria adeguata dell’Unione Europea». Nello stesso mese, inoltre, Giovanni Salvi, procuratore di Catania, ha denunciato che con il passaggio a Triton sul fronte della repressione del traffico e dell’accertamento dei reati «le indagini sono più difficili» perché, viene spiegato, con l’operazione lanciata dal governo Letta sulle navi della Marina Militare era presente anche la polizia giudiziaria che già in alto mare poteva raccogliere prove contro scafisti e organizzatori del traffico.

Ad aprile, dopo un ulteriore disastro in mare, uno dei più gravi mai avvenuti nel Mediterraneo con il capovolgimento di un barcone e la morte di centinaia di persone, il Consiglio europeo ha deciso di triplicare i fondi per Triton, aumentando così la flotta a disposizione: 5 navi grandi, circa 12 navi più piccole e veloci, tre aerei e un elicottero. Inoltre, il 23 giugno scorso, il ministro italiano dell’Interno, al Senato, ha spiegato come l’operazione che coinvolge 24 paesi europei abbia ricevuto un ampliamento dei propri compiti: «è stata individuata un’area di pattugliamento unica, ampliata fino a lambire quella dell’operazione Mare Nostrum, senza più limite della linea di pattugliamento marittimo a 30 miglia dalle coste italiane. Le attività in mare contempleranno anche sequestro e rimorchio delle imbarcazioni dei trafficanti. Non cesseranno le operazioni di search and rescue (ndr ricerca e soccorso)».

Da maggio, dopo il vertiginoso aumento in aprile, i morti in mare sono calati rispetto allo stesso mese del 2014. Ewa Moncure, portavoce di Frontex, intervistata da Vita.it, proprio commentando questo dato, ha precisato che in situazione di pericolo di vite umane si «rispettano le leggi del mare» e che pertanto «salvare diventa la priorità e solo dopo lo sbarco a terra, quando il pericolo è cessato» Frontex riprende «a fare il lavoro principale, ovvero il controllo dei flussi alle frontiere». Inoltre, a Catania, il 27 giugno scorso, è nato un «ufficio operativo» di Frontex che, come ha spiegato Fabrice Leggeri, direttore esecutivo dell’Agenzia europea, ha lo scopo di «stare più vicini alle autorità locali» e capire meglio che «azioni intraprendere».

Le procedure di identificazione

Una volta in Italia i migranti ricevono una prima assistenza e si cerca di identificarli. Il capo della Polizia, Alessandro Pansa, in un’audizione alla Camera del febbraio scorso sui flussi migratori in Europa attraverso l’Italia, ha spiegato che, a prescindere dal dover lavorare con un basso organico, si sono trovati in difficoltà sull’identificazione delle persone per quanto previsto dal regolamento di Dublino (documento adottato dall’Unione europea in tema di diritto d’asilo).

«I cittadini stranieri – dice Pansa – hanno scelto di fuggire dal loro paese con un programma di futuro che non comprende l’Italia». Ma «nel momento in cui arrivano qui, sanno che le regole europee comportano l’obbligo di restare nel paese di primo arrivo e di lavorare solo lì. (…) Per questo non vogliono farsi prendere le impronte digitali», in modo da poter proseguire il viaggio verso il Nord-Europa. Il capo della Polizia aggiunge che tra coloro che si rifiutano «ci può essere anche qualche delinquente (…), ma la maggior parte sono famiglie, donne e anche i bambini». Per Pansa, comunque, su 170mila persone arrivate in Italia l’anno scorso, «la polizia ne ha fotosegnalati circa 115-120.000». Ma da quanto riportato da Marco Galluzzo sul Corriere della Sera, la cifra del fallimento europeo e italiano sulla «mancata identificazione degli arrivi su coste italiane o greche o lungo il tracciato di altri confini» si aggirerebbe intorno al 60%-70%.

Proprio l’applicazione del “regolamento di Dublino” (che ha visto una prima versione nel 1990, firmata dal governo di Giulio Andreotti, poi una seconda nel 2003 ratificata dall’esecutivo di Silvio Berlusconi e infine nel 2013 dal governo Letta) ha causato tensioni politiche in Europa, con i paesi dell’Unione che vorrebbero che l’Italia fornisse garanzie di identificazione e fotosegnalazione. «Si tratta di una situazione assurda – commenta Ferruccio Pastore, direttore del centro studi Fieri (Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione) – in cui c’è da una parte un richiedente asilo che non vuole stare in un paese, e dall’altra lo stesso paese che lo ospita che non vorrebbe tenerlo lì».

La stessa gestione delle domande d’asilo presenta problematicità. Scrive infatti Claudio Gatti sul Sole 24 ore che «in Italia la capacità di smaltimento delle pratiche è quattro volte inferiore a quella della Germania, che nell’ultimo anno e mezzo ha fatto fronte a un numero di migranti tre volte superiore». E questo sebbene in Italia, aggiunge il giornalista, ad agosto scorso il governo avesse approvato, con un decreto legge, “nuove disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale” con il raddoppio delle commissioni territoriali che gestiscono le richieste di asilo.

Difficoltà che, denuncia Salvatore Geraci, responsabile sanitario della Caritas di Roma, si sommano ad altre: «in questo momento i richiedenti protezione internazionale subiscono, per così dire, una violenza in più: scaduti sei mesi dalla domanda di asilo, vengono considerati “inoccupati” e da quel momento devono pagare per intero i ticket sanitari. Sono “inoccupati” perché non hanno mai lavorato, anche se nei sei mesi precedenti non potrebbero farlo per legge».

Il sistema dei centri di accoglienza

In Italia le strutture per accogliere e trattenere i cittadini stranieri entrati in modo illegale sono quattro: i centri di primo soccorso e accoglienza (Cpsa), quelli di accoglienza (Cda), per i richiedenti asilo (Cara) e i centri di identificazione ed espulsione (Cie).
Nei Cpsa da procedura le persone ricevono le prime cure mediche, sono fotosegnalate e possono richiedere la protezione internazionale.

Poi, in un secondo momento, in base alla loro condizione, vengono trasferiti negli altri centri: i Cda garantiscono una prima accoglienza per il tempo necessario all’identificazione e all’accertamento della regolarità della permanenza in Italia.

Lo straniero irregolare che richiede la protezione internazionale viene invece inviato nei centri per richiedenti asilo (Cara), per l’identificazione e l’avvio delle procedure relative alla protezione internazionale.

Gli stranieri che non fanno richiesta di protezione, o non ne hanno i requisiti, finiscono nei centri di identificazione ed espulsione (Cie) e non possono rimanerci più di 90 giorni.

Anche la gestione del sistema dei centri di accoglienza in Italia non brilla per trasparenza ed efficienza. Inchieste di diverse procure italiane raccontano infatti di un giro d’affari che, come scrive Claudia Fusani sull’Huffington Post, produce «corruzione, favoritismi, posti di lavoro, consenso politico».

L’inchiesta romana “Mafia capitale”, ad esempio, ha mostrato come una presunta associazione mafiosa, guidata da Massimo Carminati, ex Nar, insieme a Salvatore Buzzi, ex presidente della “Cooperativa 29 giugno” che si occupa dell’inserimento al lavoro di detenuti, ex detenuti, tossicodipendenti e immigrati, avrebbe lucrato sull’immigrazione.
Non a caso l’attenzione dei magistrati romani si è concentrata sul Cara di Mineo in Sicilia dove, secondo l’accusa, “Mafia Capitale” gestiva gli appalti per milioni di euro.

Intorno al centro siciliano si è formata anche una fittissima rete di strutture di supporto tramite alcuni Comuni che, scrive Mario Barresi su La Sicilia.it, avrebbe creato «una parentopoli» con assunzioni e sagre, resa possibile con i soldi destinati alla gestione dei migranti. Situazione su cui è stata aperta un’ulteriore inchiesta.

Martedì 23 giugno, intanto, il Cara di Mineo è stato commissariato, dopo che Raffaele Cantone, a capo dell’Autorità nazionale anticorruzione, lo aveva richiesto, ritenendo irregolare l’appalto da 100 milioni di euro per l’affido del centro di accoglienza.

A tutto ciò si aggiungono le denunce da parte di Medu (Medici per i diritti umani) che hanno registrato problemi di sovraffollamento, sicurezza, criticità nelle cure sanitarie, «attese abnormi» per la procedura di riconoscimento della protezione internazionale. Alcuni migranti hanno raccontato di minacce subite e di essere stati abbandonati in precarie situazione di salute e disagi psichici. Altri hanno dato vita a una rivolta per protestare contro la mancata concessione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari.

«Sono anni che – scrive Valeria Brigida sul Fattoquotidiano.it – le organizzazioni della società civile, Asgi (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) in primis, denunciano le falle di un sistema di accoglienza fatto di maxi centri per migranti, di cui il Cara di Mineo è l’esempio principe». Brigida racconta che per garantire «un’accoglienza concreta e mirata», Asgi ha indirizzato una lettera al ministero dell’Interno proponendo «progetti più piccoli come gli Sprar, inseriti nelle comunità locali e secondo linee e standard uniformi sul territorio nazionale».

Ipotesi simile proposta anche dalla stessa Commissione d’inchiesta sul funzionamento del sistema di accoglienza in Italia, che ha spiegato come i mega centri generino appalti con giri di denaro poco controllabili e che per questo sia necessario ripensare il sistema, creando dei centri più piccoli per una più sicura gestione.

Le bufale e la disinformazione

Dispute politiche, cattiva informazione e diffusione a oggi di vere e proprie bufale (“prendono 30 euro al giorno”, “dormono negli hotel di lusso”, “portano contagi e malattie mortali come l’ebola”, “ci costano tanto”, “i terroristi si infiltrano nei barconi”), caratterizzano in parte il dibattito politico e pubblico intorno al tema dell’immigrazione. Per questo è utile rifarsi ai dati per capire la reale portata del fenomeno in Italia.

Dal 2013 al 2014, gli arrivi sono quadruplicati passando da 43mila a 170mila. Nello stesso periodo, sono cresciute anche le domande d’asilo che, registra l’Eurostat, hanno avuto un balzo del 143%, passando da 26mila a 64mila, con l’Italia posizionata al terzo posto in Europa dopo Germania (200mila domande) e Svezia (81mila).

Ma, specifica l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite in un fact checking pubblicato sul suo sito, «il numero di rifugiati accolti dall’Italia rimane modesto se comparato a quello di altri paesi in Europa e nel mondo». Infatti, nel vecchio continente nel 2014 si è registrato la quota record di 626mila richieste d’asilo, ma l’Italia in media, scrive l’Unhcr, «accoglie un rifugiato ogni mille persone, ben al di sotto della Svezia, con più di 11 rifugiati ogni mille, la Francia (3,5 ogni mille) e della media europea (1,2 ogni mille). In Medio Oriente, il Libano, al confine con la Siria, accoglie circa 1,2 milioni di rifugiati, pari a un quarto della popolazione del paese».

Nei primi sei mesi del 2015 l’aumento degli arrivi dei migranti in Italia, rispetto a un anno fa, è stato quasi dell’8%. Numeri su cui, ha comunicato il ministro dell’Interno in audizione il 23 giugno scorso al Senato, è «improprio parlare di emergenza». Inoltre, ha continuato Alfano, attualmente «l’Italia ha dato accoglienza a 78 mila immigrati». Fino a questo momento, ha concluso il ministro, sono state esaminate 22.666 domande d’asilo (+49% rispetto a un anno fa), di cui ne sono state negate quasi la metà.

Anche Mario Morcone, capo del Dipartimento Immigrazione, intervistato da Fanpage.it conferma che non c’è nessuna emergenza: «Esiste sicuramente una pressione migratoria imponente rispetto al passato, ma l’Italia la sta gestendo con ordinarietà, senza ricorrere alla protezione civile e alle semplificazioni amministrative». Le criticità, continua Morcone, derivano più che altro «dall’enfatizzazione della politica» e, citando il caso di “Mafia Capitale”, dai «percorsi affaristici costruiti intorno alla vita delle persone».

Sulla provenienza dei migranti arrivati finora in Italia il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha spiegato che «la maggior parte di loro arriva da quattro Paesi (Eritrea, Somalia, Nigeria e Siria)». Motivo per cui, ha proseguito il ministro, «non è possibile attuare politiche di rimpatrio perché non c’è modo di avere accordi né su base nazionale né europea».

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati scrive che «il numero di siriani ed eritrei arrivati via mare in Italia nel 2014 è aumentato rispettivamente del 275% e 250% rispetto al 2013». Una tendenza «evidente anche nei primi mesi del 2015».

Inoltre, continua l’Unhcr, «il numero di donne, bambini e anziani che compiono questi viaggi pericolosi», in cui a detta degli stessi migranti si registrano anche omicidi e suicidi, continua a crescere. Ad aprile, l’organizzazione delle Nazioni Unite ha registrato l’arrivo in Italia di circa 2.600 minori, di cui 1.700 non accompagnati. Nel 2014 via mare ne sono arrivati 26.000, «di questi almeno 13.000 erano da soli».

Sulla distribuzione dei migranti nelle Regioni non sono mancate polemiche politiche, soprattutto dopo che Roberto Maroni (Lega Nord), presidente della Regione Lombardia, aveva minacciato di ridurre i trasferimenti regionali ai sindaci lombardi che avrebbero accolto nuovi migranti. Imposizione condivisa anche da altre regioni del nord.

Dai dati del Viminale si vede come Sicilia e Lazio facciano la parte da leone nell’accoglienza dei migranti. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha detto che l’obiettivo è quello di «garantire una più equa ripartizione sulle Regioni, ripartendo gli oneri, su base proporzionale».

IL SOGNO EUROPEO

«Sono sopravvissuto al deserto, alla guerra in Libia, al Mediterraneo. Camminare 20 ore a piedi è nulla al confronto». Ali è uno dei migranti, da circa un mese fermi per protesta sugli scogli a Ventimiglia, intrappolati, come racconta il Guardian, nel limbo del confine italo-francese. Dopo l’arrivo a fine maggio, ha tentato di andare in Germania attraverso la Francia. Ma ogni volta che ha raggiunto Mentone, prima stazione subito dopo il confine italiano, è stato rispedito indietro. Tale procedura è l’esito del trattato bilaterale firmato tra Italia e Francia nel 1997, che va sotto il nome di “Accordo di Chambery”, che consente ai due paesi di respingere reciprocamente gli immigrati irregolari giunti da un versante o dall’altro. Un vero e proprio gioco dell’oca.

Per il governo italiano, la polizia francese sarebbe andata oltre quanto previsto dal trattato, applicando un controllo sistematico delle frontiere (e non a campione), secondo metodi vietati negli accordi di Schengen. Per Stefano Cavalleri, segretario provinciale del SAP (sindacato autonomo di polizia) di Imperia, la Francia starebbe agendo addirittura al limite dell’illeicità: «Ho colleghi francesi che in confidenza mi hanno detto che alcuni irregolari vengono recuperati a Parigi, caricati su camionette della polizia e dopo un viaggio di otto ore scaricati a Mentone per poi essere rispediti senza alcun atto formale verso l’Italia». «Questa – conclude Cavalleri – è una follia».

Per questo, per molti, Ventimiglia è diventato il sintomo del fallimento del sogno europeo. Una situazione simile, ma a parti invertite, si sta verificando nella città francese di Calais, dove parecchi migranti cercano di raggiungere la Gran Bretagna, salendo in corsa su camion pronti a imbarcarsi per Dover. In questo caso, sono esponenti di diversi partiti politici britannici ad accusare la polizia francese di effettuare controlli poco serrati e, in senso lato, “aiutare” chi tenta di attraversare il confine di nascosto. Anche Germania e Austria, in momenti diversi hanno proceduto a un maggior controllo dei confini, con il paese guidato da Angel Merkel che dal 26 maggio al 15 giugno, nel corso del G7, ha sospeso il trattato di Schengen. In Spagna è stata approvata la legge dei respingimenti a caldo: dall’1 luglio, chiunque è intercettato a superare i reticolati di Melilla viene immediatamente rispedito in Marocco. L’Ungheria, infine, ha annunciato e approvato la costruzione di un muro di 175 chilometri al confine con la Serbia per impedire ai migranti di entrare nel paese. Blocco che rappresenta l’ultimo caso di barriere costruite in diversi Stati.

Muri e chiusura delle frontiere stanno così bloccando i flussi migratori verso il Nord-Europa, trasformando Italia e Grecia (dove denuncia Amnesty International «il sistema di accoglienza è al collasso») in imbuti quasi senza via di uscita e ridisegnando una “geografia inconsueta”, i cui luoghi più significativi sono stazioni – come nel caso di Milano, Roma e Bolzano – e mete turistiche – come le isole greche di Lesbo e Kos – che mutano la loro fisionomia e diventano territori di accoglienza per migranti, anzi “transitanti”.

Cosa fa l’Europa e il dibattito sull’accoglienza

Nella notte tra il 25 e il 26 giugno, durante un vertice molto teso, i 28 paesi dell’Ue hanno raggiunto un accordo in base al quale i 40 mila richiedenti asilo giunti in Italia e Grecia e i 20 mila siriani ed eritrei, che hanno abbandonato i loro paesi ma non ancora raggiunto l’Europa, saranno ridistribuiti tra i diversi stati europei nell’arco di due anni. La ripartizione dei migranti verrà, tuttavia, decisa dai ministri degli Interni entro luglio. L’adesione al sistema di quote non sarà né obbligatoria per le singole nazioni né su base volontaria. Inoltre, il Regno Unito, l’Ungheria e la Bulgaria hanno ottenuto una sorta di esenzione.

Più che un piano – scrive Marco Zatterin su La Stampa – è un accordo al ribasso, che sposa alcuni punti dell’agenda Juncker, che prevedeva in deroga al regolamento di Dublino, l’istituzione di un meccanismo di redistribuzione automatica dei richiedenti asilo tra gli Stati membri, secondo percentuali determinate in base alle dimensioni e alla situazione economica (popolazione, Pil, disoccupazione) di ciascuno Stato e al carico già sopportato in materia di richiedenti asilo. Un tentativo di affrontare in maniera sistematica la gestione dei flussi migratori e le richieste di asilo, che tuttavia – come sostiene su Lavoce.info, Sergio Briguglio, esperto di politiche dell’immigrazione – dava ancora eccessiva discrezionalità ai paesi membri (liberi di poter ridurre i propri oneri e il numero di migranti da accogliere) e faceva della migrazione una mera questione burocratica (e non sociale, politica e culturale). Come scrive Adriano Biondi, giornalista di Fanpage, quanto (e come) deciso è stato fondamentale per capire cosa l’Europa sta diventando e cosa non è mai stata.

Le decisioni prese si sono concentrate sul contenimento dei trafficanti degli esseri umani e sulle procedure di espulsione di chi è senza i requisiti per diventare rifugiato. Il 27 giugno è partita l’operazione militare anti-scafisti dell’Unione Europea nel Mediterraneo centromeridionale. Secondo le indicazioni del provvedimento potranno essere effettuati fermi, ispezioni, dirottamenti e sequestri di imbarcazioni sospettate di essere usate per il traffico di esseri umani.

Inoltre, saranno istituiti degli hotspot (campi profughi), che – come scrive Vladimiro Polchi su la Repubblica – dovrebbero fare sparire i centri di prima accoglienza. Chi arriva in Italia finirebbe in uno dei cinque o sei hotspot, previsti a Lampedusa, Augusta, Pozzallo, Porto Empedocle e Taranto, all’interno dei quali identificare i migranti e nel giro di 48 ore inviarli in hub “chiusi”. In questi centri, si tenterà di distinguere chi ha diritto all’asilo o altre forme di protezione e chi è, invece, un “migrante economico”, colui che cerca prospettive economiche migliori in altri paesi. A questa fase dell’iter, chi rifiuta di farsi identificare o non ha diritto all’accoglienza finirà nei Cie. Chi fa legittimamente richiesta d’asilo entrerà in uno Sprar o in un hub “aperto”.

Tuttavia, come scrive il sociologo Fabio Colombo, la distinzione tra migranti economici e rifugiati è forzata. Su un piano giuridico e istituzionale – prosegue Colombo – tale distinzione diventa uno «strumento di protezione umanitaria e tutela dei diritti, ma anche una modalità di gestione dei flussi migratori». Nei paesi del nord Europa, ad esempio, è più facile avere lo status di rifugiato, ma più difficile restare come migrante economico, rispetto al sud Europa, dove è più complicato avere asilo. In altre parole, la stessa persona potrebbe essere considerata un rifugiato in Svezia e un migrante economico in Italia.

«Dobbiamo guardare agli individui non agli status», ha detto il responsabile dell’immigrazione della Caritas, Oliverio Forti, a Redattore sociale. «A noi la distinzione tra rifugiato e migrante non interessa, interessano le persone. L’urgenza di dare risposte concrete ai problemi collegati ai conflitti e alle persecuzioni, con interventi nell’immediato come i reinsediamenti, non deve mettere in ombra la condizione di chi fugge da condizioni di vita insostenibili come la fame, il degrado sociale e ambientale. Non si può fare una classifica di migranti di serie A e migranti di serie B. La migrazione nasce dalla volontà di cambiare la propria situazione in meglio».

Credits
Foto copertina Facebook: scultura Jason de Caires Taylor;
Infografiche: Tabella comparativa Mare Nostrum e Triton – Amnesty International;
Tutti i muri del mondo – Internazionale/OpenStreetMap/CartoDB
Fotografie: Il salvataggio, l’identificazione, l’accoglienza – Alberto Pizzoli/Getty Images; Vignetta ebola – Marcello Sartori; Il sogno europeo – RaiNews
Video: In apertura – Guardia Costiera; Global Trends 2014: World at War – Unhcr; Italy: Desperate Rescue at Sea – Unhcr; Mafia Capitale, Buzzi intercettato – Ros Carabinieri/Il Fatto Quotidiano; Migranti, intervista a Mario Morcone – Youmedia/Fanpage; EU agree to relocate 40,000 migrants – Bbc News

Progetto editoriale di Valigia Blu – pubblicato in syndication con Quotidiani locali del gruppo Espresso 


30 giugno 2015